Appena fuori dal borgo disabitato di Rebeccu, le murature affioranti di Sas Presones indicano con chiarezza il punto in cui sorgeva un impianto termale di epoca romana.
L'edificio intercettava direttamente le sorgenti della piana sottostante, convogliando i flussi idrici dentro un sistema articolato di vasche e canali. I muri superstiti adottano una tecnica ben definita: blocchi di roccia scura intervallati da corsi regolari di mattoni in terracotta rossi, usati per dare stabilità alla struttura e isolare bene gli interni.
La disposizione degli ambienti riflette le diverse fasi del bagno antico. La sequenza delle stanze mostra il percorso dei bagnanti dai settori freddi fino a quelli tiepidi e caldi. Sotto le pavimentazioni affiorano i piccoli pilastri di cotto che sollevavano il piano di calpestio: nella cavità sottostante e nei condotti inseriti nelle pareti scorreva l'aria calda prodotta continuamente dai focolari collocati subito all'esterno dell'edificio.
Quando le terme smisero di funzionare, la popolazione della zona ne perse la memoria d'uso e scambiò le stanze interrate per delle vecchie prigioni, battezzando le rovine col nome sardo di Sas Presones. Il complesso rimane un esempio chiaro di come la tecnologia edilizia di Roma gestisse il controllo delle risorse e il riscaldamento anche nel cuore dell'entroterra dell'isola.
